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Articolo di Valentina apparso su “il Bo” il 2 agosto 2012.

Come commentare la morte di un uomo che pensa e dice: “Non c’è nessun problema umano che non potrebbe essere risolto se la gente semplicemente seguisse i miei consigli”?

Questo era Gore Vidal: scrittore, sceneggiatore, pensatore politico e persino attore americano, che abbandona le scene del mondo, calcate con estremo piacere, all’età di 86 anni, per una complicazione improvvisa sopraggiunta a una polmonite. Lascia in terra però, oltre alla sua prolifica produzione letteraria (più di 25 tra romanzi, saggi ed autobiografie) un ricordo di sé che è ben lontano dalla “statua di sale” che dà il titolo all’edizione italiana del suo celeberrimo romanzo (ed è la citazione biblica con cui si apre la narrazione).

Se infatti della statua ha la caratura monumentale, nei pensieri e nella vita Vidal rappresenta le contraddizioni e il superamento dei tabù che hanno segnato il Novecento. La sua figura, sia pubblica che privata, costituisce una sorta di ponte metafisico tra il Vecchio ed il Nuovo Mondo, sia geograficamente  – Vidal, pur essendo americano, ha vissuto a lungo in Italia partecipando alla sua vita culturale – che nel tempo, quel tempo che ha visto le sue battaglie diventare le battaglie di molti, secondo il principio per cui i grandi cambiamenti di pensiero vengono prima avversati, poi assorbiti, infine dati per scontati.

Il primo gesto anticonformista è un omaggio alla famiglia, a quel nonno materno, il senatore democratico Gore, cieco, cui Vidal leggeva per diletto e di cui, agli esordi della carriera letteraria, prende il cognome per farne il suo nome, modificandolo all’anagrafe come oggi usano fare in più d’uno. Gli insegnamenti del nonno, soprattutto il pensiero politico, resteranno impressi in Vidal che diventerà molto più radicale dei suoi parenti di fede democratica come il cugino Al Gore che disistimava profondamente.

È nel 1948 che sul giovane Vidal si accendono le luci della ribalta, quando, lo scrittore scandalizza l’America pubblicando “La statua di sale” (The City and the Pillar, il titolo in lingua originale), forse il primo libro a narrare esplicitamente di un amore omosessuale e che l’autore dedica a J.T., Jimmy Trimble, compagno di studi alla St. Albans di Washington, con cui Vidal ha combattuto nelle fila americane durante la Seconda Guerra Mondiale per poi cadere nello sbarco di Iwo Jima.

Non c’è che dire: fu amore quello per Trimble, la sua “altra metà” della giovinezza (sono parole sue), come quello per il compagno di una vita, Howard Austin, mancato nel 2005, anche se Vidal si riteneva tutto tranne che un romantico. Con Austin, Vidal visse in Italia nella casa di Rapallo (che Vidal vendette subito dopo la morte del compagno) e della sua più importante storia d’amore, durata 53 anni, l’autore svela il segreto: “Mai dividere lo stesso letto”; segreto che suona, agli eterosessuali degli anni Duemila, quasi vagamente familiare. Distinzione, poi, quella tra eterosessuali (straight) e omosessuali (gay), che a Vidal non piace per niente, permettendosi, non solo di esserlo dichiaratamente, e di averne sdoganato l’esistenza e i costumi, ma, a maggior ragione, di criticarne le neonate definizioni.

Sulla stessa linea, anche il suo pensiero politico, di cui non fa mistero, e che ha più volte raccontato in interviste e in saggi raffinati (come saggista Vidal vinse nel 1993 il National Book Award), è la formulazione coerente di un rifiuto di chi conosce dall’interno ciò che critica. Vidal, infatti, non è un outsider, ma è cresciuto all’interno dell’establishment e può permettersi di rifiutarlo. Celeberrimo è il suo approfondito paragone tra l’Impero Americano e l’Impero Romano, chel’autore studiò a lungo edi cui scrisse (famoso Giuliano, il romanzo sulla vita dell’imperatore del IV sec.). Fece, invero, anche politica attiva candidandosi al Congresso per il Partito Democratico nel 1960 (“You will get more with Gore”) ricevendo più voti di ogni altro candidato del Partito Democratico nei 50 anni precedenti.

Alla lucidità estrema della sua disamina, l’autore unisce la capacità di satireggiare (fu paragonato nientemeno che a Petronio e a Swift) e di cogliere nel pieno la vita del mondo, con un pensiero ed uno sguardo sulle cose che non è mai in ritardo, ed anzi precorre i tempi, senza mai farsi intaccare dal pregiudizio. Cosa dire, infatti, di un pensatore che partecipa, in veste di cartone animato, pure nella serie televisiva “I Simpson”? A onor del vero Vidal fu anche sceneggiatore e attore (interpretò se stesso in Roma di Fellini, per citare un esempio): sua è la revisione della sceneggiatura di Ben Hur, la cui attribuzione gli fu per anni negata in primis da Charlton Heston.

Il suo capolavoro resta però Myra Breckinridge, del 1968, romanzo scritto quindi in pieno clima di contestazione e dedicato all’amico Isherwood (in Italia venne pubblicato solo l’anno successivo dalla coraggiosa casa editrice Bompiani). È il racconto della vita di un transessuale e, poiché l’autore mai distingue tra romanzo e politica, diventa lo strumento per un’aspra critica della società americana.

L’ultima apparizione in pubblico di Gore Vidal in Italia è del 2010; piace quindi ricordarlo con la frase che disse di lui Calvino, che gli era amico: “Gore è un uomo senza inconscio”, che è quello che ci vuole forse, per uscire indenni (soprattutto psichicamente), e rivoluzionari, da un secolo come il Novecento.

Valentina Berengo





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