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Oggi ti raccontiamo uno spaccato poco conosciuto della vita del celeberrimo romanziere americano Ernest Hemingway attraverso l’ultima fatica di Andrea Di Robilant: Autunno a Venezia. Hemingway e l’ultima musa (Corbaccio editore, collana narratori Corbaccio, 266 pagine) che abbiamo intervistato. Secondo noi questo romanzo-saggio ti piace se sei fatto così:

Genere: maschio o femmina

Età: dai 25 anni in su

Carattere e stato d’animo: Sei una persona precisa, con grande memoria e hai voglia però, per un momento, di astrarti dalla tua vita e di entrare in quella di qualcun altro.

Libri piaciuti: La dea delle piccole vittorie di Yannick Grannec, Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, e Un amore veneziano di Andrea di Robilant

Ascolta l’intervista (o scarica il podcast qui):

Oppure leggi la trascrizione qui sotto:

D: La domanda è d’obbligo: perché hai scelto di raccontare di Hemingway, del quale si è detto già tantissimo? E perché hai scelto proprio la decina d’anni che ci racconti in questo libro?

R: Si, in effetti si è raccontato molto di Hemingway, però questa parte della sua vita, cioè gli ultimi quindici anni, sono in realtà conosciuti molto di meno e soprattutto quello che è poco conosciuto negli Stati Uniti e comunque nelle biografie standard del grande scrittore è questo suo lungo periodo veneto/veneziano/italiano che lo portò a trascorrere a Venezia, a Cortina, nel Veneto e comunque nel Nord Italia un lungo periodo, e che secondo me è stato fondamentale per rigenerare in lui una fase di nuova creatività. Fondamentale soprattutto per via di un incontro molto importante nella sua vita cioè quello con Adriana Ivancich, una ragazza che aveva all’epoca appena 18 anni. Si conoscono a una caccia all’anatra in valle, e lui se ne innamora perdutamente. Questa ragazza infonde in lui nuove energie e lui si lega a lei per un periodo di otto anni. Ecco, questo l’ho potuto scoprire consultando gli archivi degli Stati Uniti, di varie università dove sono custoditi gli epistolari tra Hemingway e Adriana e mi sono reso conto che questa storia, che era stata trattata in maniera aneddotica dai biografi americani, in realtà è stata molto più importante di quello che si pensava, e dunque per questo ho voluto concentrarmi su questo periodo della vita di Hemingway.

D: Il sottotitolo del libro è Hemingway e l’ultima musa, perché Adriana è stata proprio una musa per Hemingway scrittore?

R: Secondo me assolutamente sì, ed è proprio questa l’importanza del libro. Come hai detto prima, si è scritto tanto di Hemingway, si sa tanto, eppure l’importanza di Adriana nella vita di Hemingway, soprattutto per Hemingway scrittore, oltre che uomo, è stato, secondo me, fondamentale. Il loro rapporto sentimentale era molto profondo. Noi non possiamo sapere cosa sia successo tra di loro, nella loro intimità. Questo lo sanno solo loro; quello che sappiamo è che effettivamente Hemingway si innamorò di lei in maniera molto profonda e che il suo amore per lei durò molti anni. Ecco, più difficile, più complicato è invece capire sentimento di Adriana per Hemingway. Sicuramente Hemingway fu una figura paterna per Adriana che aveva perso il padre da molto giovane. Fu anche come un fratello maggiore, una persona che le era vicino in una fase complicata della vita, e che cercò di aiutarla in tutti i modi, sia nel lavoro che nella vita quotidiana, anche economicamente. Però sicuramente lei ha avuto la funzione di musa nel senso classico della parola, cioè lo ha ispirato e ha generato in lui una straordinaria creatività che gli mancava da anni.

D: Entrambi morirono suicidi. Hemingway aveva una personalità incredibile, quella di Adriana forse la conosciamo meno. Secondo te è un caso?

R: È difficile addentrarsi nei misteri del suicidio. Diciamo che l’evoluzione della depressione di Hemingway è stata abbastanza documentata e io ne parlo anche nel mio libro. È un racconto molto struggente, molto doloroso che ci dice la fine di un grande scrittore, soprattutto la sua progressiva incapacità di scrivere, di mettere insieme due parole. Adriana e Hemingway sono effettivamente uniti nel destino da questa fine comune. Lei si toglie la vita qualche anno dopo, in maniera molto tragica, impiccandosi al ramo di un ulivo nella campagna toscana. È difficile legare il suo suicidio a quello di Hemingway, ciò che mi sento di dire è che lei non riuscì mai a uscire da questa storia, molto più grande di lei per tanti versi, e non riuscì a trovare serenità con altri uomini. Sicuramente Hemingway è stato l’uomo con cui Adriana è stata più felice. Gli anni con Hemingway sono anni felicissimi, e lo stesso devo dire di Hemingway: gli anni che ha trascorso con Adriana sono stati probabilmente i suoi più felici.

D: Tu nel tuo libro racconti anche delle parti divertenti in cui incontriamo dei personaggi ben noti in Italia, perché ci racconti degli editori italiani di Hemingway: Einaudi e Mondadori. Ci puoi dire qualcosa?

R: Quando Hemingway arriva in Italia, tra l’altro in un viaggio per nulla programmato, l’idea è quella di andare in Francia, ma per vari motivi che potete leggere nel libro, lui poi finisce per arrivare in Italia. Nel ’48 l’editoria italiana cerca di ricostruirsi sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale. Hemingway è indubbiamente la preda più importante, cioè l’autore che può fare o disfare una casa editrice. E sulle macerie del dopoguerra ci sono due editori: Mondadori e Einaudi, che se lo contendono aspramente ed è interessante vedere attraverso le lettere che ho trovato nell’archivio sia della Mondadori che dell’Einaudi tutti gli stratagemmi a cui hanno fatto ricorso per cercare di portare Hemingway nella loro scuderia. Alla fine dovranno spartirselo. Mondadori avrà i diritti di alcuni romanzi e l’Einaudi avrà i diritti di un altro, ma il racconto del ruolo di Hemingway in queste due case editrici, sono uno spaccato interessante dell’editoria italiana dell’epoca. Tra l’altro Hemingway accusava sempre Einaudi di non pagare, di non dargli le sue royalties, e a un certo punto Einaudi, che doveva ad Hemingway una somma ormai enorme, 11 milioni di lire dell’epoca (era una somma notevole) propone ad Hemingway di convertire il credito in azioni della società Einaudi, sicuro che Hemingway avrebbe detto di no, e invece Hemingway dice di sì. E alla fine Hemingway diventa azionista di riferimento di una casa editrice con la quale andava molto poco d’accordo.

D: Veramente bizzarra questa storia! Adesso che ti sei dedicato alla storia di Hemingway, cosa pensi di scrivere in futuro?

R: Questa è una bella domanda, nel senso che ci stavo pensando proprio prima che tu chiamassi. In effetti io ho trascorso gran parte della mia vita facendo il giornalista per Repubblica, poi per la Stampa, facendo l’inviato in giro per il mondo, il corrispondente negli Stati Uniti e in altri posti. Adesso non lavoro più come giornalista a tempo pieno da ormai più di dieci anni, però certo che la voglia di tornare a scrivere sul mondo di oggi è molto forte, perciò questa è una possibilità. L’altra strada, invece, è di dedicarmi a un libro di natura storica, sempre ispirato da vicende veneziane e sto guardando attentamente il periodo tra la fine del ’400 e l’inizio del ’500, in particolare la cerchia di Manuzio, il grande editore, e i giovani che lavoravano nella sua bottega. Sono a un bivio importante perché una strada mi riporta al mio vecchio amore sul giornalismo e l’altra continua su questo solco di “storia narrativa”.

 





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