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“Così ha inizio il male” di Javier Marías (Einaudi editore, collana Supercoralli oppure Super ET, traduzione di Maria Nicola, 451 pagine) è un libro che entra in risonanza con le oscillazioni del pensiero di chiunque lo legga, e, per restare nella metafora scientifica, potrebbe quasi essere definito “un frattale”: da qualunque distanza si osservi la storia, da qualunque punto di vista lo si faccia, e per quanto si scompongano e ricompongano i pezzi (della trama, dei pensieri e delle vite dei personaggi), riporta a galla gli stessi secolari, affascinanti, quotidiani interrogativi.

Siamo certe che possa piacere anche a te, se ti riconosci in questo identikit:

Genere: femmina o maschio

Età: dai 25 anni in su

Carattere e stato d’animo: sei un grandissimo osservatore. Ma non solo, sulle cose che vedi ci rifletti, e a lungo. E ti confronti. Sai che nulla è come appare, ma alle volte hai paura di squarciare il velo e guardarci dietro. Però alla fine lo fai

Libri piaciuti: “Fato e furia” di Lauren Groff, “Gli innamoramenti” di Javier Marías e “Purity” di Jonathan Franzen.

Quando si è rinunciato a sapere quello che non si può sapere, allora, parafrasando Shakespeare, allora forse così ha inizio il male, ma ormai il peggio è passato

Bisogna arrivare a pagina 275 perché la ragione del titolo venga disvelata, ma per tutti quelli che come Gioia sono scoraggiati dai romanzi che mettono in evidenza la parola “male”, non si può far altro che dare rassicurazioni: Marías compie un vero e proprio miracolo, in queste pagine, rubando i pensieri a te che leggi, mentre ti racconta una storia congegnata come un meccanismo perfetto che non ha mai bisogno di essere oliato.

Siamo nel 1980 a Madrid, pochi  mesi prima che entri in vigore in Spagna la legge sul divorzio, e Juan De Vere, giovane fresco di laurea descrive in prima persona quello che vede accadere a casa del suo capo, Edoardo Muriel, regista cinematografico, sposato infelicemente con Beatriz Noguera, una donna ancora follemente innamorata del marito che però la rifiuta, rovesciandole addosso una frustrazione che rasenta l’odio, perché lei lo ha messo a parte di una verità che avrebbe dovuto tacergli.

Contestualmente Muriel ingaggia Juan perché riesca a far sbottonare il dottor Van Vechten, amico di famiglia, riguardo ad alcune voci “indecenti” che affondano le radici al periodo della dittatura di Franco e che hanno a che fare con l’inganno, la costrizione, il tradimento, il sesso.

Né Beatriz, né Muriel, né Van Vechten sono esenti da colpe, e neppure il giovane Juan De Vere, che viene trascinato nel gorgo come attratto da una forza cui non si può opporre.

Javier Marías in questo romanzo spettacolare non ha risposte da vendere a buon mercato, ma colleziona domande, articolandole in un castello complesso e all’apparenza quotidiano che fa della vita un’opera d’arte.

Ascolta il racconto di Vale (abbastanza esaltata, a dire il vero) attivando i player uno dopo l’altro (o scaricando i podcast qui e qui).

 

In quelle situazioni di vicinanza forzata si crea facilmente una sorta di falsa e provvisoria complicità, una sensazione di quotidianità che si consolida presto […] per creare l’impressione che così scorra la vita, o che così potrebbe scorrere se per qualunque motivo nulla cambiasse e le circostanze eccezionali che l’hanno determinata dovessero protrarsi; in non più di un paio di giorni si stabiliscono delle consuetudini, si tende alla ripetizione, ciascuno comincia a sedersi sempre nello stesso posto, sulla stessa poltrona se gioca a scacchi o a carte, sullo stesso lato del divano se guarda uno schermo, così come occupano sempre la stessa parte del letto coloro che dormono insieme per due notti consecutive, basta questo per aggiudicarsi un posto





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