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Siamo proprio soddisfatte di aver intervistato Francesca Melandri, autrice che abbiamo adorato fin dal suo esordio (Eva dorme), e che è tornata in libreria con il suo terzo, corposo e appassionante romanzo: Sangue giusto (Rizzoli, collana Scala italiani, 527 pagine). Ti può piacere se sei fatto così:

Genere: maschio o femmina

Età: dai 17 anni in su

Carattere e stato d’animo: sei una persona curiosa e non ti accontenti mai di una spiegazione superficiale. Affascinato dalla complessità delle cose, in questo momento della tua vita non cerchi risposte, ma hai voglia di farti ancora domande, e di emozionarti.

Libri piaciuti: Venuto al mondo di Margaret Mazzantini, Eva dorme di Francesca Melandri e L’amica geniale di Elena Ferrante 

Ascolta l’intervista all’autrice, attivando il player o scaricando il podcast qui:

Oppure, se preferisci leggerla, l’abbiamo trascritta qui sotto:

D: In questo tuo ultimo romanzo, che hai scritto e pubblicato dopo 5 anni dal precedente, racconti la storia del giovane Shimeta che arriva in Italia dall’Etiopia e bussa alla porta di Ilaria dicendole: “Io sono tuo nipote”, suo nonno è infatti il padre di lei. Come mai hai deciso di raccontare una storia che ha origini così lontane, anche nello spazio, oltre che nel tempo?

R: Il primo motivo è che i ragazzi che arrivano da noi oggi, e di cui sono piene le cronache, sono ognuno qualcuno; perciò mi piaceva cominciare a raccontare da dove vengono, perché arrivano e, attraverso la storia di uno di loro, dare un corpo, una voce, una storia, al fenomeno, altrimenti troppo anonimo, dell’immigrazione. E legarlo al nostro passato nazionale, in particolare all’avventura coloniale dell’Italia nel Corno d’Africa, luogo da cui molti di questi ragazzi che arrivano provengono. È come se nella nostra narrazione, nella nostra comprensione delle cose, mancasse un pezzo. Come se fossero due cose slegate. Io, nel mio romanzo, attraverso la storia di una famiglia cerco di raccontare (calandolo nella narrazione: non è un saggio storico!) come le due cose siano invece collegate. Il presente di oggi ha delle cause nel nostro passato, e in realtà, così come questo ragazzo dice ad Ilaria: “tu sei mia zia”, scopriamo che le persone che vengono dal Corno d’Africa sono molto più collegate a noi di quanto non venga raccontato.

D: Nei tuoi precedenti romanzi raccontavi già una parte di storia italiana. Mi viene in mente, ad esempio, Eva dorme, in cui narravi le vicende del Sudtirolo intersecandole, appunto, a delle vicende personali e di famiglia. Per te è necessario fare così per scrivere una storia? O immagini di poter scrivere anche storie completamente distaccate dal contesto storico-sociale-politico?

R: No, decisamente non è necessario. Quest’ultimo libro fa parte di una trilogia che si fonda sul principio che hai appena descritto: ovvero calare vicende personali, relazioni familiari, affettive eccetera in un contesto storico che viene raccontato anche abbastanza nel dettaglio. È una trilogia, che chiamo “trilogia dei padri” perché c’è sempre una ricerca di rapporto col padre, e tutti e tre questi libri sono appunto caratterizzati da uno contesto storico molto presente. Però si conclude qui: credo proprio che i prossimi due libri che ho in mente saranno tutt’altra cosa: quest’attenzione allo sfondo storico non credo ci sarà, semmai sarà rivolta più ad uno sfondo geografico. Saranno libri che parleranno di posti, più che di tempi, diversi.

D: Il tuo scrivere parte da una vicenda personale o da una vicenda storica?

R: Direi nessuna delle due, come partenza, poi ovviamente in un libro inevitabilmente metto molto di me, ma non parto mai da un elemento unicamente autobiografico così come nemmeno solo dalla ricerca storica − anche molto importante − che faccio, come per questo libro, per scrivere il quale, come dicevi, ci ho messo 5 anni, e mi ha quindi richiesto tante ricerche e due viaggi in Etiopia.
A me interessano le relazioni tra i personaggi: sono una narratrice, non sono una storica. Io capisco la storia, anche quella con la S maiuscola, attraverso le relazioni affettive tra le persone, solo così riesco a interpretarla. E alla base ci sono sempre delle domande psicologiche, emotive. In questo caso la domanda era: come mai tanta parte della nostra narrazione nazionale si fonda sulla rimozione, sull’oblio, sulla pigrizia del ricordo? E come faccio a raccontarlo narrando la storia di qualcuno che su questa memoria un po’ dimenticata ci pattina sopra senza mai andare tanto in profondità? Ho voluto raccontare di una figlia che scopre che suo padre è uno così: tocca quindi a lei fare questo lavoro di recupero della memoria, di recupero della narrazione, e di recupero anche di sé stessi, in un certo modo.

D: Il padre di cui racconti è Attilio Profeti, un personaggio che affascina moltissimo, pur con le sue contraddizioni. Un personaggio veramente articolato cui succede di tutto. È un bellissimo uomo che va a combattere in Etiopia dove si crea già una prima famiglia, e, tornato in Italia, ne fonda altre due. Quella che racconti è una storia molto intricata: come riesci a mettere insieme tutto affinché tengano sia l’aspetto storico sia quello narrativo? E anche l’aspetto emotivo, che è fortissimo nei tuoi libri?

R: La risposta è l’ultima cosa che hai detto: l’aspetto emotivo e di relazioni personali è per me la vera colla che tiene insieme tutto questo materiale, anche piuttosto complesso. Per dirti, sulla struttura di questo libro ci ho lavorato un anno prima di cominciare a scrivere la prima parola: un lavoro preparatorio di tipo “architettonico” mi verrebbe da dire, come avere un progetto che deve essere già molto ben definito prima di cominciare a fare il buco per poi costruirci sopra la casa. Io ho fatto così. Però avevo molto chiare la domanda e l’urgenza emotiva alla base di questo racconto, che potrei forse sintetizzare così: il passaggio del testimone da una generazione all’altra, da una che non ha preso coscienza di se stessa, e di quello che ha fatto, a quella successiva cui passa questa ricerca. E poi la storia del Novecento, così complessa, e anche violenta − è stato un secolo terribile per certi aspetti: le leggi razziali, la guerra − una storia così maschile che avevo una grande urgenza di raccontarla con il mio sguardo di donna. Lo sguardo complessivo su questa storia è infatti lo sguardo di una donna: le donne non sono state protagoniste attive delle parti più violente [della Storia], sono semmai state le vittime o le spettatrici, quindi mi piaceva recuperare uno sguardo femminile su delle vicende molto maschili. Per me era estremamente interessante e mi ha portato in un viaggio veramente molto ricco, molto profondo, mentre scrivevo.

D: Un viaggio che fai fare anche a noi mentre leggiamo. A me ha colpito moltissimo, per esempio, la morte di Ernani, il papà di Attilio, che è capostazione e che si lascia morire sulle traversine per le mille sofferenze che ha vissuto. Quando tu immagini una scena così, dico scena anche perché so che sei stata o sei tuttora sceneggiatrice…

R: Lo sono stata, da quando è uscito il mio primo romanzo [ndr. Eva dorme] non scrivo più sceneggiature.

D: … cosa succede? Tu la pensi, la vedi, questa scena? Come succede?

R: Guarda, è un insieme di tante cose diverse. Ovviamente raccontare una morte è un’attività anche un po’ strana se vuoi, perché uno scrittore, che è vivente e si spera ancora lontano dalla propria morte, deve immedesimarsi nei pensieri, nelle sensazioni, anche proprio quelle fisiche, di qualcuno che sta morendo. È un viaggio nell’ignoto, non c’è nulla di più ignoto del momento in cui si trapassa “dall’altra parte”, e nessuno di noi sa come sarà, e di certo non lo so nemmeno io. Mi fa molto piacere che tu citi proprio questa scena, perché è quel tipo di scena che uno scrittore scrive in cui viene fuori il suo rapporto profondo con la vita, con il senso della vita, o, ancora di più, con le domande sul senso della vita. Sono momenti veramente molto profondi di scrittura quelli, e mi fa sempre molto piacere quando i lettori mi dicono che lo sono stati anche come esperienza di lettura.

D: I tuoi personaggi sono veramente tridimensionali, molto complessi, al punto tale che sembra che tu sia riuscita in una magia: cioè a renderli ancora più veri, e più giusti, nonostante abbiano delle contraddizioni enormi, o forse proprio per questo. Sangue giusto è un libro in cui uno non trova forse una risposta ma tante altre domande…

R: Io credo che gli esseri umani siano così: complicati, ambivalenti, imperfetti. Quindi questa mi sembra l’unica maniera realistica di raccontare l’essere umano, mi annoierebbe moltissimo raccontare personaggi che fossero tutti buoni o tutti cattivi. Addirittura nel mio romanzo c’è un personaggio reale, il maresciallo Rodolfo Graziani, le cui azioni sono indubbiamente da mettere nella parte negativa della vita − crimini di guerra − sulle quali non c’è sospensione di giudizio. Però persino lui come essere umano ha, secondo me, diritto a un’indagine mia di scrittrice che cerchi di restituire un po’ di complessità.

D: E come fai a metterti alla giusta distanza per sospendere il giudizio laddove serve, come fa un “narratore di storie”?

R: Bisogna distinguere: io decisamente sospendo il giudizio sugli esseri umani, sui personaggi che racconto; non sospendo il giudizio sulle azioni: su quelle io posso, anzi mi sento in dovere e in diritto di avere forti opinioni, anche. Però se io portassi il mio lettore in un’esposizione indignata della cattiveria umana per farlo sentire superiore rispetto alle persone che si comportano male, tu capisci che non sarebbe − non credo – un’esperienza di lettura interessante, e sicuramente non sarebbe un’esperienza di scrittura interessante. Come faccio? Mi informo tantissimo, studio tantissimo, ci penso tantissimo. Il fatto che ci abbia messo 5 anni a scrivere questo libro non è solo perché avevo tante cose da imparare, da leggere, viaggi da fare − e poi ci sono anche 520 pagine da scrivere che richiedono un certo tempo −, ma è proprio perché i pensieri hanno un tempo, così le sensazioni e le emozioni. Questo libro è così complesso, ma si tiene insieme. E se si tiene insieme è perché c’è un’uniformità di approccio emotivo: di intensità, di rispetto per l’essere umano. E questo non nasce in 2 minuti, ma deve essere lasciato al suo tempo. Io almeno ho bisogno di tempo.

D: Tempo che hai fatto fruttare bene… Adesso quanto ci farei aspettare per il prossimo?

R: Non credo 5 anni. Un pochino di meno!

Abbiamo raccontato il romanzo Sangue giusto in questa video recensione:





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