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Abbiamo intervistato Ernesto Aloia sul suo La vita riflessa (Bompiani editore, collana Narratori italiani, 300 pagine) che secondo noi ti pèiace se sei fatto così:

Genere: maschio o femmina

Età: dai 30 anni in su

Carattere e stato d’animo: sei un lettore verace e attento, ti piace essere sempre sul pezzo, guardi TG e programmi di approfondimento, ma allo stesso tempo dentro di te batte un cuore fin troppo sensibile e a volte molto, molto melanconico.

Libri piaciuti: Gli autunnali di Luca Ricci, Le mille luci di New York di Jay McInerney ed Espiazione di Ian McEwan.

Ascolta l’intervista (o scarica il podcast qui):

D: Spiegami il titolo di questo libro: La vita riflessa. Come mai?

R: La vita riflessa nasce dalla considerazione che i due protagonisti creano un social in grado di generare un’identità molto compiuta, molto perfezionata, che è un riflesso, anche migliorato, della nostra identità reale, ma in realtà non sappiamo quale delle due vite è riflessa, se quella cosiddetta ‘reale’ o quella cosiddetta ‘digitale’. Dico cosiddetta perché ormai non è più così facile distinguere.

D: Difatti questo social network all’inizio si doveva chiamare Narciso o qualcosa del genere, quindi aveva che fare con l’immagine riflessa di ciascuno…

R: Sì, tutto il progetto ha a che fare con la ricerca dell’identità e la costruzione di un’identità: il mito di Narciso è presente in tutto il libro, un po’ come un tema musicale che ritorna nel corso di un brano.

D: Perché anche i tuoi protagonisti sono in qualche misura dei narcisi?

R: Non in senso patologico, non in senso clinico, ma nel senso in cui lo siamo tutti. Il mio protagonista è un uomo che ha un grosso problema di identità: si trova a 50 anni con una sicurezza economica ‒ è benestante, direi quasi ricco ‒, con una famiglia, e una figlia. Però, considerando la sua vita, vede che è il prodotto di una serie di incidenti casuali per cui ad un certo punto si chiede «chi sono io?». Ha l’abitudine di parlare da solo e arriva a chiedersi, parafrasando Carver: «Con chi parlo quando parlo da solo?».

D: I protagonisti di questa storia ‒ il lui di cui ci hai parlato, ma anche i suoi amici, sua moglie e sua figlia ‒ sembrano tutti profondamente infelici, nonostante questa patina di benessere che li circonda. È questa l’“immagine riflessa” di tutti noi che vedi dallo specchio della contemporaneità?

R: Mah, non sembrano poi così infelici. Sono alle prese con gli elementi contraddittori dell’esistenza di tutti i giorni. Il protagonista è un personaggio più controverso che infelice o depresso. Lo stesso direi che vale anche per gli altri. Insomma, non è una linea piatta, è una serie di alti e bassi.

D: Ti faccio una domanda, forse scontata, che però mi sembra il centro del tuo romanzo: la rete offre e nel tuo romanzo ancora più, il massimo della comunicabilità possibile, virtuale o meno. C’è un “ma”? C’è un pericolo? Lo vedi realmente?

R: Certamente, ci sono un’infinità di “ma”. Nel libro compaiono anche espressi da un personaggio che io avevo inserito come la figura di uno scrittore frustrato che criticava il digitale per motivi suoi personali. Quando ho scritto queste pagine, in cui compariva questo personaggio, Danilo Matera, ho interpretato il suo comportamento come la frustrazione dello scrittore di fronte a quello che non capisce. Poi a poco a poco ho cominciato a considerare le sue obiezioni come sempre più fondate. Per esempio, siamo abituati a forme di relazione da social network, ovvero contatti parziali. Questo non finirà per danneggiare la nostra capacità di intrattenere una relazione più profonda e duratura e a 360°, perché ricordiamo che quando siamo amici di qualcuno su Facebook, noi ne vediamo solo una parte, quella che lui vuol farci vedere? Saremo ancora capaci di essere amici senza le virgolette di qualcuno, in presenza, cioè amici a 360° con una relazione duratura e o ravvicinata? Questo è un grosso “ma”.

D: Eppure nel tuo romanzo ci sono momenti di grande intimità tra i personaggi, intimità amorosa, intimità amicale; sono anche forse i momenti in cui la tua prosa si fa più poetica. Ho sottolineato un sacco di frasi leggendo, anche legate al tempo, alle stagioni. Volevo chiederti, da cosa sei ispirato quando scrivi?

R: Dal momento. Io non programmo mai nulla quando scrivo. Non sono uno che fa gli schemi con la trama, con i personaggi, con le schede. Per me nella scrittura bisogna fare in modo che il nostro inconscio e il nostro talento lavorino per noi, anche quando non stiamo scrivendo. La battuta secondo cui lo scrittore lavora anche quando non sta facendo niente secondo me è fondamentalmente vera, perché, anzi, gran parte del lavoro il nostro cervello lo fa in quel momento. Quando mi metto a scrivere non ho un piano prefissato, seguo in un certo senso l’ispirazione di quella mattina, cioè seguo una certa direzione, che poi magari è sbagliata e poi si butta via tutto, o forse è quella giusta, quella che dà maggiore soddisfazione o può portare risultati inaspettatamente buoni.

D: Un altro tema affrontato ne La vita riflessa potrebbe essere quello dell’incomunicabilità? In qualche modo ci sono anche dei vuoti di memoria nella storia del protagonista che in realtà prende anche dei farmaci che lo alterano mentalmente; però mi sembra che in alcuni momenti, appunto, sembri che si possa comunicare di più nel virtuale che nel reale Mi sbaglio? Dimmi tu.

R: Questo è più un problema del reale che del mio romanzo però. Ormai la comunicazione è profondamente guastata da una serie di modalità che sono filtrate dal digitale, in particolare dal social, alla vita quotidiana. Se ci pensiamo, per esempio, l’impoverimento che esiste nel passaggio tra la telefonata e lo scambio di messaggi vocali, Whatsapp per dire, è tremendo. Cioè il messaggio vocale è esattamente quello che io faccio sul social: ovvero ti invio un messaggio monodirezionale che sei costretto ad ascoltare fino alla fine, senza poter interloquire, senza poter obiettare. La telefonata, invece, è uno scambio alla pari. In questo c’è un impoverimento pazzesco e se io vedo per esempio mia figlia che utilizza lo smartphone, la vedo sempre mandare messaggi vocali unidirezionali. Non si fanno più telefonate in cui si interloquisce.

D: Dal punto di vista di uno scrittore, questo impoverimento è veramente terribile? Lo scrittore mi immagino sia quello che per eccellenza comunica, oppure no? Tu lo accetti e dici «Va bene questa è materia per la mia scrittura»?

R: Dal punto di vista dello scrittore è neutro, è pura materia, una materia narrativa. Lo scrittore non ha questi problemi perché, se vogliamo, è l’essere più legato alla comunicazione che ci sia, ma allo stesso tempo anche quello meno legato alla comunicazione, perché se scrivo un romanzo di 300 pagine, significa che produco un enunciato di 300 pagine destinato al lettore, che se lo deve leggere tutto, non può interloquire con me. Quindi, dal punto di vista dello scrittore, le modalità narrative della vita quotidiana sono ininfluenti, se non come materia narrativa, nel comportamento dei personaggi. Naturalmente questo modifica il comportamento dei personaggi. Sarebbe assurdo adesso mettere in scena personaggi che usano telefoni a gettoni, per esempio.

D: Ti chiedo un’ultima cosa: se tu potessi augurarti, che ai lettori arrivasse un messaggio, un’immagine, un ricordo, dopo la lettura de La vita riflessa, quale vorresti che fosse?

R: Io vorrei che fosse quello di un uomo che, alla ricerca di se stesso, risale disperatamente il proprio passato. Questa è l’idea centrale del romanzo. Lo stesso sviluppo nel campo dei social è soltanto una conseguenza della ricerca della propria identità, che a un certo punto della propria vita, viene spontaneo intraprendere. Quando ci guardiamo allo specchio, vediamo questa faccia e diciamo «A chi corrisponde questa faccia? Cosa c’è dietro?». Ecco è questo che spero rimanga ai lettori: questa ricerca, anche disperata, del protagonista.

 





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