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Articolo di Valentina apparso su “il Bo” il 15 ottobre 2012 in merito a mito ed epos (da una conferenza di Valerio Massimo Manfredi).

Dei poemi omerici Alessandro Magno possedeva l’edizione della cassetta, curata dai filosofi Callistene e Anassarco, così chiamata perché li custodiva in una cassetta proveniente dal bottino di Dario, secondo Plutarco; noi, oggi, l’Iliade e l’Odissea li possiamo avere persino in edizione digitale, tradotti dal Monti o da Rosa Calzecchi Onesti, oppure rivisitati da Baricco che decide di eliminare dall’intreccio l’intervento divino, come se la massima umanizzazione fosse sinonimo di modernità.

Certo Valerio Massimo Manfredi, ospite alla Fiera delle Parole, ha ragione a dire che l’epos – il racconto in versi delle gesta di un popolo o di un personaggio, le cui origini si fanno risalire alla notte dei tempi –  si rigenera magicamente di continuo: non solo perché è intrinseco nella sua natura di racconto tramandato oralmente, ma soprattutto perché, come l’uomo che lo crea di volta in volta, vive di vita propria pur rimanendo concluso in una forma, e viaggia in ogni dove restando fermo. Ad esempio, spaziando per l’intero mediterraneo mentre sta seduto alla panca di una taverna, là dove il poeta – il rapsodo nel caso specifico del cantore d’epos – racconta in versi le gesta di Odisseo.

Da navigato scrittore di best seller, Manfredi cattura l’attenzione dell’uditorio dicendo cose in gran parte note a chi un minimo di cultura classica ce l’ha, narrate però sotto forma di racconto. Ecco quindi che porta il pubblico in una taverna a bere vino, una sera d’inverno dopo il mercato, e immagina che i guadagni dei mercanti siano stati soddisfacenti: il giorno dopo gli avventori non dovranno alzarsi presto per andare al lavoro e quindi sono bendisposti verso l’aedo che ne approfitta per cantare la sua storia. Forte delle formule, espressioni sempre uguali che ricorrono in tutto un poema e che permettono al poeta, mentre le pronuncia, di pensare il verso successivo, inventato di volta in volta pena la cattiva fama, il cantastorie dà fondo alla propria arte per conquistare gli astanti: se è a Pilo racconterà di Nestore, se è a Micene di Agamennone e via così, in una visione pragmatica che non appartiene al nostro immaginario sugli antichi greci, ma che dà ragione dell’esistenza di canti dell’Iliade dedicati rispettivamente alle gesta di Diomede, di Menelao, di Agamennone… Anche i Romani, quando sbarcarono ad Ilio, sulle coste dell’Asia Minore, adottarono una vincente strategia propagandistica di questo tipo: spacciarono il loro arrivo per un ritorno a casa dei discendenti del troiano Enea, costretto a fuggire dopo la guerra di Troia e fondatore di Roma una volta sbarcato in Italia: Graecia capta cepit Romam, insomma.

L’epica è poi stata messa per iscritto, come i poemi omerici, ma non ha mai perso la sua originaria forma orale che si ritrova ancora oggi, con la stessa struttura, ad esempio nelle canzoni di gesta dei Balcani. Manfredi, abituato a trattenere per immagini immediate il suo lettore, che non è uno specialista ma per lo più un neofita, motiva il fascino da sempre esercitato da una forma espressiva come l’epica ricordando uno degli epiteti di Odisseo: polymetis, ossia dalla mente così multiforme e spaziosa che necessita di essere riempita con qualcosa che desti forte interesse. E cioè con emozioni: sentimenti in moto che danno ragione d’essere alla vita dell’uomo. È di queste che la memoria si ricorda maggiormente, perché sono le emozioni ciò che resta indelebilmente impresso nella mente umana; perciò, Manfredi definisce l’epos come creazione di storie capaci di trasmettere emozioni che prendono forma attraverso la memoria.

Diverso il caso dello storico, che, sin dai tempi di Erodoto e delle sue Storie, è colui che sa perché ha visto, come evidenziò Tucidide, che sottolineò anche l’importanza delle fonti (per lui sono “persone degne di fede”). E se Tucidide ai nostri occhi è più scientifico di Erodoto in quanto non attribuisce all’intervento divino l’accadere dei fatti storici, già solo il confronto tra i due storici dell’antichità mostra come, al contrario di ciò che suggerisce l’intuizione, la storia, diversamente dall’epos, sia continuamente perfettibile e perciò mai vera fino in fondo. Narrare gli eventi esattamente così come si sono svolti, una volta per tutte, non è possibile, è un’illusiaone: la storia nasce sempre dal rapporto fra il presente  e il passato, è fortemente dipendente da chi la osserva e la tramanda: è la risultante dinamica di ciascun tentativo di creare una memoria comune.

Tucidide aveva pretese di verità e di oggettività, ma quando scrive il dialogo tra i Meli e gli Ateniesi, quel che fa è anzitutto creare un gran bel pezzo di teatro, mettendo in scena un confronto drammatico; e l’epitaffio di Pericle che scrive, prima di ogni altra cosa è un esempio di sublime letteratura. Ecco quindi che storia e narrazione, epica o in prosa, hanno fra loro confini molto sfumati: ciò che davvero le distingue è il fine che perseguono. Lo dice Valerio Massimo Manfredi, che, non a caso, vende migliaia di copie dei suoi romanzi raccontando proprio storie del passato in cui verità e invenzione trapassano l’una nell’altra costantemente. Per dirla con Victor Hugo: “quel che la favola ha inventato, la storia qualche volta lo riproduce”.

Valentina Berengo





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