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(nella foto la copertina dell’edizione inglese, perché ci piace molto di più di quella italiana!)

L’ultimo romanzo dell’autore di Espiazione (Atonement in inglese, forse il suo capolavoro più noto), Ian McEwan, non disattende le aspettative. Come sempre, il narratore riesce a calarsi in una storia che è completamente nuova rispetto alle precedenti: questa volta un delitto perfetto. Il romanzo Nel guscio (Einaudi, collana Supercoralli, traduzione di Susanna Basso, 173 pagine) piace anche a te se sei fatto così:

Genere: maschio o femmina

Età: dai 30 anni in su

Carattere e stato d’animo: sei una persona cólta, riflessiva, osservatrice. Quando leggi cerchi soddisfazione non solo dalla trama, ma anche dalla scrittura in sé. Ami andare a teatro e al cinema e ti piace ragionare sulle cose anche da punti di vista inediti

Libri piaciuti: Carnage di Yasmina Reza, La ballata di Adam Henry di Ian McEwan, Viviane Élisabeth Fauville di Julia Deck.

L’idea spiazzante di questo romanzo è che a raccontare la storia sia… qualcuno che ancora non è nato. No, non la ricostruisce anni dopo quando sarà su questa terra come tutti, ma mentre galleggia nel liquido amniotico, chiuso nell’utero dell’assassina. La voce narrante è un feto, unico vero testimone del delitto che viene macchinosamente progettato.

E gli altri chi sono? Lei, Trudy, la futura madre, lui, John, l’ignaro marito, padre del bambino, e l’altro, Claude, fratello di John e cognato di Trudy. In mezzo una casa da sette milioni di sterline, e la voglia di continuare a fare una vita scanzonata, fatta di vizi (vino, sesso, soldi) e poche virtù.

E il bambino? Di lui nulla importa agli attori in scena, neppure alla donna che lo tiene in grembo e che fa come quasi non esistesse. La trovata geniale di McEwan è stata, in questo romanzo, quella di attribuire al feto una coscienza del mondo che ancora non abita.

Mi reputo un innocente, dispensato da obblighi di lealtà e doveri, uno spirito libero, a dispetto dell’esiguità del mio spazio vitale.
Nessuno che mi contraddica o rimproveri, nessun nome, nessun precedente indirizzo, niente fede religiosa, niente debiti, nessun nemico. Sulla mia agenda, se ne avessi una, sarebbe segnata unicamente la data della mia incipiente nascita. Sono, ed ero, checché ne dica la genetica contemporanea, una tabula rasa, una lavagna intatta. Ma di pietra troppo liscia, o troppo porosa, inadatta a qualunque aula scolastica, a qualsiasi tetto di campagna, una tabula che, crescendo, si scrive da sé, facendosi, giorno dopo giorno, un po’ meno rasa.

Ascolta il racconto di Vale (o scarica il podcast qui):





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